La scelta del repertorio
Continua il nostro approfondimento sulle problematiche che investono il direttore di coro. Oggi ci dedicheremo ad uno dei suoi precipui compiti fondamentali: la scelta del repertorio.
Creare un repertorio significa creare un archivio, un deposito, una raccolta da cui attingere ogni volta ce ne sia bisogno.
Il termine deriva dal tardo latino repertorium con il significato di lista, derivante esso stesso da reperire ovvero trovare. L’etimologia stessa allora ci insegna che per giungere alla formazione di un repertorio l’azione di ricerca è fondamentale e la ricerca rifugge, per sua stessa natura, la staticità, la pigrizia e l’immobilismo. Cercare, indagare, scovare, esplorare, setacciare, sono tutti sinonimi del termine ricercare; alcuni di essi sembrerebbero poco adatti a sostituirlo in frasi che attengono alla sfera musicale, ma vedremo che invece sono assolutamente adatti allo scopo. Analizziamoli uno alla volta.
Indagare nell’accezione di fare ricerca sistematica sulla produzione di un autore nello specifico o sulla produzione di più autori, coevi e non, su una certa tematica.
Scovare, ovvero rintracciare un brano di difficile reperimento, o riscoprire brani di autori antichi che si credevano persi.
Esplorare nel senso di esaminare nel dettaglio, analizzare, un brano; o spingersi ad eseguire brani in uno stile, in un genere, poco praticato.
Setacciare inteso come vagliare, decidere quale brano della produzione di un tale autore può essere utile al nostro scopo e quale invece non lo è.
La ricerca del repertorio non può prescindere dalle azioni appena citate, e il direttore deve prendere in considerazione il livello tecnico e le capacità vocali dei propri coristi per stabilire cosa sia adatto a loro in quel momento. È fondamentale in questa fase lasciare da parte i sogni, le aspirazioni e, purtroppo a volte, le utopie e aggrapparsi saldamente all’oggettività per scongiurare il rischio di esporre i cantori a pericolosi insuccessi che ne minano l’autostima e l’entusiasmo.
Bando allo scetticismo però! Avere un desiderio è concesso, avere un obiettivo è una buona cosa se questo serve ad indicarci l’approdo, ma un buon cammino verso una meta deve prevedere delle tappe intermedie: le difficoltà tecniche o interpretative di un brano, che oggi sono troppo grandi per il livello del mio coro, diverranno affrontabili se aiuterò i miei coristi a crescere, prova dopo prova. Nessun brano è inaccessibile in assoluto, ma bisogna guardare con occhi sinceri il panorama delle competenze tecnico-interpretative e mettere da parte ciò che oggi appare eccessivo senza rinunciarvi per sempre.
Nella scelta di quale oggetto di studio proporre al coro va inserito anche ciò che soddisfa il corista, avvertendone anche le richieste implicite, accantonando a volte ciò che piace esclusivamente al direttore! L’edonismo non deve essere sua prerogativa esclusiva, ma coinvolgere anche i coristi e, a volte, cedere alle loro richieste apre mondi inesplorati. Tutto quanto detto senza rinunciare mai all’analisi delle possibilità tecniche ed interpretative del coro e del maestro!
La ricerca del repertorio passa anche attraverso l’ascolto di esibizioni di altre compagini corali. Se il direttore di coro non frequenta concerti e concorsi corali, non ascolta registrazioni e non segue mai corsi per direttori, rinuncerà ad una grande fetta della torta musicale necessaria per lo sviluppo del proprio gusto e per spalancare le porte alle tante, oserei dire infinite, possibilità di costruzione di un repertorio corale.
Fino ad ora abbiamo preso in considerazione il repertorio come il complesso dei brani studiati dal coro, ma con lo stesso termine può essere indicata la scelta dei brani per un concerto. Occorrerà tenere presenti alcuni aspetti fondamentali: il luogo in cui si tiene il concerto e la presenza o meno di altri gruppi corali all’interno della stessa manifestazione. Se il concerto si tiene in una chiesa la scelta ricadrà su brani sacri o su brani profani concordati con il parroco. Se il concerto si tiene in un chiostro si dovrà tenere presente l’acustica del luogo e magari evitare brani che richiedano un’acustica riverberante.
Nelle rassegne corali spesso si ha a disposizione solo qualche manciata di minuti per l’esibizione e allora la scelta del repertorio potrebbe contemplare un ventaglio di brani che offra un assaggio più vario possibile di quanto il coro ha in archivio.
La scelta del programma da concerto deve tenere in conto anche che l’esibizione deve appagare l’uditorio, per cui sarebbe bene prevedere varietà di tonalità e di andamento per evitare la monotonia per l’orecchio del pubblico.
È a questo punto che entra in gioco una delle qualità irrinunciabili del direttore di coro, di cui abbiamo fatto menzione negli articoli precedenti: il sapere multidisciplinare. Si può infatti decidere di impostare un programma da concerto su un filo conduttore letterario, storico, pittorico o tematico e per farlo, ovviamente, bisogna saper costruire legami tra le arti e conoscerne le affinità oggettive. Naturalmente l’acquisizione di una simile capacità esige come qualità necessaria la curiosità, tenendo bene a mente che è impossibile conoscere e padroneggiare ogni campo del sapere.
Ricordiamo che il nostro ruolo di direttori, musicisti, artisti è quello di mediatori culturali e facilitatori della comprensione della realtà fenomenica.
In estrema sintesi, ciò che guida la costruzione di un repertorio è una sana e sincera autovalutazione e lo studio continuo per poter giungere ad una appagante partecipazione corale: del pubblico, dei cantori e del direttore.
Sono solita, ormai lo sapete, proporre qualche lettura di approfondimento, ma non stavolta: esorto tutti a visitare almeno un paio di mostre d’arte all’anno, a passeggiare in un giardino botanico, a camminare in un bosco in silenzio, a leggere molto, a sfogliare una raccolta di foto artistiche, a godersi un’alba e a cogliere ogni bellezza dell’universo in cui ci è capitata la fortuna di vivere e a trarne linfa vitale e salvifica per la nostra splendida arte.


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