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La lettura musicale: prerequisito, obiettivo raggiungibile o utopistico?

La lettura musicale: prerequisito, obiettivo raggiungibile o utopistico?

Nello scorso numero della rivista abbiamo approfondito l’importanza che il riscaldamento vocale riveste nella routine corale, stavolta ci occuperemo di un altro aspetto fondamentale legato alla coralità amatoriale: la lettura musicale. E’ un prerequisito indispensabile per chi si voglia accostare al canto corale, una chimera o un obiettivo realmente realizzabile?

Per meglio comprendere l’argomento e non giungere a conclusioni affrettate, reputo saggio ripercorrere a grandi falcate la storia della lettura musicale e lasciarci ispirare da quanto fatto dai nostri predecessori. Grazie a fonti iconografiche sappiamo che già nell’antico Egitto la musica veniva eseguita in cerimonie religiose, in rituali sacri, come forma di incitamento in battaglia e in numerose altre occasioni, ma non è stato finora rintracciato alcun documento notazionale.

I primi esempi che possiamo citare risalgono alla Grecia antica e sono legati alla pratica della recordatio: un sistema di lettere dell’alfabeto poste sopra ad un testo serviva a stimolare nell’esecutore il ricordo di un movimento ascendente o discendente della melodia, che doveva però essere già nota. Sullo stesso sistema mnemonico si sono basati i vari sistemi adiastematici. Ogni cantore o aspirante tale doveva far affidamento esclusivamente sulla propria memoria per lodare Dio o per narrare le grandi saghe cavalleresche. Dunque, la prassi mnemonica non è affare squisitamente contemporaneo, né è esclusivo dei coristi amatoriali. Eppure ci sono delle differenze tra il monaco medievale e il corista amatoriale moderno e non sono legate solo alla tonsura o al saio!

Il novizio medievale, dotato di buona voce, prima di ottenere il privilegio di lodare Dio con il proprio canto, doveva necessariamente studiare una decade nella quale imparava a memoria ogni melodia in uso nel proprio monastero per l’Ufficio, per la liturgia di ogni festività prevista dal calendario liturgico e per tutte quelle occasioni speciali come la liturgia pro defunctis. Lunghi anni di apprendistato che servivano esclusivamente a mettere a memoria un numero enorme di melodie, ma non tutte quelle sfumature esecutive che pure sono parte essenziale, ancora oggi, della concertazione dei brani; quei dettagli esecutivi erano così importanti che si scelse di creare un sistema grafico per fissarli e tramandarli: la notazione adiastematica. Seppure, come già detto, non indicava l’altezza dei suoni né gli intervalli, offriva informazioni sull’agogica, sulla direzione della frase, sull’articolazione e sosteneva l’azione della memoria.

Con l’avvento della notazione quadrata, la tenace memoria del cantore ha perso terreno, ma le nostre possibilità di conoscere ed indagare la tradizione musicale si sono accresciute, anche se abbiamo perduto per sempre la facoltà di rintracciare le sfumature interpretative in quei segni. Da questo momento in poi il cantore, il musico, lo strumentista, possono eseguire melodie di nuova composizione, senza il supporto della memoria, ma per farlo devono aver acquisito la competenza necessaria a decriptare il codice notazionale. Ed eccoci qui a chiederci se trattare i nostri cantori come monaci medievali o renderli uomini liberi dal giogo della memoria e dalla dipendenza dalle competenze altrui per poter godere dell’autonomia melodica. Nel primo caso avremo bisogno di una enorme quantità di tempo per confezionare un repertorio da concerto basato esclusivamente sulla memoria e, qualora dovessimo accantonare per un periodo qualche brano di quel repertorio, dovremo nuovamente dilapidare l’esiguo tempo di prova per richiamarlo alla memoria. Allora perché molti cori amatoriali non abbandonano questa modalità di apprendimento? Perché il corista è pigro o perché il direttore teme di spaventare e perdere il corista quando gli chiederà di imparare un nuovo linguaggio? In medio stat virtus! Il corista, figlio della nostra società del “tutto e subito”, sceglie di avvicinarsi all’attività corale il più delle volte spinto dalla volontà di passare qualche serata in compagnia, avere l’opportunità di fare piccoli viaggi, percorrere un sentiero musicale alternativo alla strada impervia e piena di ostacoli del professionismo. Il cantore medievale era mosso da ben altre forze motivazionali!

Come reagirà quel corista se il Direttore proporrà delle lezioni di teoria e solfeggio? Scapperà a gambe levate. E lo sappiamo bene! Diamo allora una rapida occhiata a quali possono essere le competenze musicali base raggiungibili dal corista amatoriale senza soccombere al peso dello studio accademico: conoscere i valori delle note, saper individuare il movimento ascendente o discendente dei suoni, saper intonare intervalli, saper rimettere in ordine i suoni che compongono un accordo. Per tutti i punti elencati ci viene in soccorso il metodo Kodaly o la sua trasposizione italiana offertaci da Goitre che ci consente di allontanarci dalla lunga, tortuosa e noiosa strada del solfeggio!

L’uso dei fonemi per la denominazione dei valori musicali e la diretta corrispondenza tra la durata della nota e il numero delle A presenti nel fonema rendono immediata la lettura ritmica e la comprensione dei tempi semplici. Il meccanismo di funzionamento del pentagramma non è così ovvio come può sembrare: il segno notazionale si muove in su e in giù, ma è solo il simbolo di un evento sonoro che, se non esperito in precedenza, fa fatica a trovare una sua applicazione pratica.

La chironomia kodalyana ci permette di vivere attraverso il corpo quel movimento ascendente o discendente dei suoni che è alla base della costruzione della scala e, successivamente, degli intervalli. Quando inserire la chironomia nell’economia della prova? All’inizio, dopo il riscaldamento vocale, la chironomia risveglia la mente e attiva le capacità di intonazione, sia nella monodia e nello studio degli intervalli che in piccoli esercizi polifonici. Ancora una volta scopriamo che il passato e i tempi moderni sono in strettissima relazione: il monaco medievale, prima di cantare un inno, un salmo o un Alleluja, ripassava a mente una sorta di melodia guida, una successione di suoni che componevano l’ambitus modale nel quale il brano era composto per preparare l’orecchio ad intonare nella maniera corretta gli intervalli che vi avrebbe trovato. Così possiamo mutuare questa pratica anche per i nostri cantori facendoli esercitare sulla tonalità di impianto del brano con cui inizieremo la prova! Solo quando ciascun cantore ha ben chiara la correlazione tra il movimento della propria mano nello spazio e la risultante sonora di quel movimento, potremo passare alla lettura del rigo. Non già con il pentagramma, ma con un monorigo grazie al quale avremo a diposizione tre suoni: quello attraversato dal rigo, quello sopra e quello sotto il rigo. Aggiungeremo di volta in volta un rigo al nostro sistema fino ad approdare ad una lettura intonata di suoni posti su cinque righi, in maniera molto meno traumatica! Saper ricostruire un accordo è una competenza molto utile per il cantore per diversi motivi uno dei quali affatto scontato: riconoscere il suono di partenza della propria sezione quando il Direttore canta le note di inizio del brano! Lavorare sulla costruzione della triade (maggiore o minore) è altro esercizio spendibile all’inizio della prova: lo si può addirittura proporre come un breve e divertente gioco a squadre o come un quiz. Saper rimettere in ordine un accordo diventa anche un sistema facilitatore per l’intonazione dei salti di terza, di quinta e di ottava e, successivamente, anche di quarta (aggiungo un suono al salto di terza), di sesta (aggiungo un suono al salto di quinta) e di settima (levo un suono al salto di ottava). Se questo modus operandi diventa consuetudine all’inizio di ogni sessione di prova, in poco tempo i nostri cantori saranno in grado di essere autonomi nella lettura ritmica e raggiungeranno una maggiore disinvoltura nella gestione della lettura melodica della partitura. Con i cori più intraprendenti e con i cori di bambini si può pensare di proporre anche un piccolo dettato melodico per ogni prova, magari disvelando una frase del repertorio che si affronterà in quella circostanza.

A conclusione possiamo dire che cantare leggendo si può e si deve! Anche se inizialmente sembrerà un’impresa titanica e un grande dispendio di energie, ricordiamo che stiamo costruendo nei nostri coristi autostima e autonomia che faciliteranno di molto il lavoro direttoriale e renderanno le prove settimanali meno ripetitive.

Come sempre allego qualche spunto di approfondimento sul tema:

Cantar Leggendo
Roberto Goitre
Edizioni Suvini Zerboni

La musica medievale 
e l’arte della memoria
Anna Maria Busse Berger


edizioni Fogli volanti.

www.aikem.it
Associazione Kodaly italiana per l’educazione musicale APS

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