Il riscaldamento vocale: le fondamenta del suono
Come un feuilleton inauguriamo con questo articolo una mini serie a puntate, che si occuperà di problematiche o, meno nichilisticamente, di aspetti tecnici legati alla coralità.
In questo primo episodio ci occuperemo del riscaldamento vocale.
Se chiediamo alla rete informazioni sulla pratica del riscaldamento vocale, veniamo inondati da video tutorial che vanno dalle proposte pop a quelle liriche, ma per il nostro coro quali sono gli esercizi più adatti? È davvero così irrinunciabile la fase del vocalizzo ?
Un interessante articolo scientifico scritto nel 1995 da Ninni Elliot, Johan Sundberg e Patricia Gramming, dal titolo “What happens during vocal warm-up?” dimostra che il lavoro sulle variazioni di altezza tonale che svolgiamo durante il riscaldamento vocale non solo allunga la muscolatura coinvolta nella pratica canora, ma aumenta il flusso ematico verso quei determinati muscoli, riduce le secrezioni mucose, riduce la tensione muscolare eccessiva, ottimizza il coordinamento dell’attività motoria per specifici compiti vocali e potenzia le prestazioni dei muscoli del torace, della laringe e del vocal tract, aumentando anche la coordinazione tra di loro.
Franco Fussi, noto foniatra, puntualizza che senza un adeguato riscaldamento
il collo, la mandibola ed i muscoli della lingua si irrigidiscono e questa situazione richiederà al cantante una pressione d’aria maggiore e un atteggiamento laringeo ipercinetico per ottenere la resa vocale abituale. Ne conseguiranno un precoce affaticamento con diminuzione del tempo di performance adeguata e un successivo stato fonastenico con aumento dei tempi di recupero
Date queste premesse, se ancora ci stiamo chiedendo quanto sia utile usare una manciata di minuti della nostra preziosissima prova settimanale a riscaldare la voce dei nostri coristi, forse adesso possiamo darci autonomamente una risposta: moltissimo!
Il riscaldamento vocale e i vocalizzi sono però due pratiche distinte. Il primo è uno stretching, mentre i secondi servono per affinare particolari abilità tecniche. Altra lettura interessante in merito è lo studio pubblicato nel 1995 da Julianna Sabol, Linda Lee e Joseph Stemple dal titolo “The Value of Vocal Function Exercises in the Practice Regimen of Singers”: hanno indagato gli effetti di esercizi isometrici ed isotonici per la funzione vocale, praticati regolarmente per quattro settimane, sui parametri di produzione vocale in cantanti sani. Il risultato è stato un miglioramento delle funzioni respiratorie, in termini di volume e tempi massimi di fonazione.
Caliamoci ora nel vivo dell’argomento e ipotizziamo una routine di riscaldamento e vocalizzi per il nostro coro.
Poichè spesso le prove settimanali avvengono di sera, dopo una giornata di lavoro, può rivelarsi fruttuoso praticare un risveglio non solo muscolare, ma anche attentivo. Saranno utili a questo scopo piccoli esercizi di mobilità delle spalle, del collo, delle braccia intervallati a brevi sessioni di massaggio di spalle e trapezio da praticare scambievolmente tra compagni di sezione. Non abbiate timore dell’inevitabile momento di ilarità che si genererà: l’azione del ridere prepara i muscoli facciali al canto, fa lavorare i muscoli addominali, apre la gola e alza il palato molle! Per il risveglio dell’attenzione consiglio esercizi di body percussion: sono divertenti, ma necessitano di grande concentrazione.
Svegliato il corpo, ora è il momento di lavorare sulla gestione del fiato proponendo esercizi che allenino all’utilizzo dei muscoli addetti al sostegno: in questa fase è essenziale prestare attenzione a che i cantori non si industrino in inspirazioni adatte ad immergersi nella fossa delle Marianne, né che attuino una respirazione clavicolare poiché questa, oltre a limitare la quantità d’aria disponibile, favorirà la chiusura della gola nell’atto del canto. Attenzione anche alla posizione della testa: molti cantori non professionisti tendono ad alzare il mento al cielo a mano a mano che si inerpicano nel registro acuto.
Ricordiamo che l’adduzione cordale non dovrebbe mai coinvolgere i muscoli del collo. Per aiutare i cantori a coordinare meglio adduzione delle corde e respirazione esistono vari esercizi da fare con il supporto di una cannuccia.
Tra le azioni di risveglio fisico, anche gli esercizi di lip trill che mettono in vibrazione le labbra e in movimento i muscoli facciali: suoni che, uniti all’esecuzione di altezze per grado congiunto, nell’ambito di una terza, aprono le porte al lavoro sull’intonazione. È essenziale porre l’attenzione sul fatto che quando un cantore non riesce a mettere in vibrazione le labbra su un simile esercizio, molto probabilmente sta sfruttando male il sostegno e non riesce a calibrare un flusso d’aria che abbia una giusta velocità e una giusta quantità. Quindi, come nel gioco dell’oca, bisognerà tornare alla casella precedente e insistere sugli esercizi di corretta respirazione. Altre problematiche che impediscono il lip trill sono legate a squilibri posturali della muscolatura facciale o a problemi morfologici come il labbro superiore più corto o i denti sporgenti. In questi casi si può sostituire il lip trill con la sirena muta.
A questo punto si aprono un paio di scenari possibili e ugualmente validi: rendere vocalizzo un passaggio ostico presente nel repertorio che il coro sta studiando o utilizzare altri vocalizzi per allenare e risolvere alcune criticità tecniche generiche, ma costanti. Nel primo caso la difficoltà potrebbe non avere un’origine puramente tecnica, ma magari essere legata all’intonazione tra le sezioni o alla sincronia tra di esse. Sta allora all’inventiva del Direttore creare un percorso di “avvicinamento” allo scoglio, meno traumatico rispetto alla via direttissima dello studio del passaggio ostico esclusivamente nell’ambito della prova del brano in cui esso vive. Soprattutto se abbiamo a che fare con un coro a voci bianche.
Ricordiamo che una delle prerogative del Buon Direttore è la fantasia! Certo è che per costruire un esercizio ci sono due ingredienti irrinunciabili: aver già individuato la difficoltà del passo durante la fase di studio della partitura e avere conoscenze tecniche sufficienti per guidare il corista ed indicargli la via.
Se invece la nostra programmazione del repertorio non evidenzia particolari difficoltà, potremo dedicarci a esercizi più “generici” ma non per questo senza un obiettivo specifico: se il problema del mio coro, o di parte di esso, è il suono nasale o gutturale, dedicherò un esercizio tecnico proprio ad esso, per poi recuperare la memoria fisica della produzione sonora corretta all’interno del repetorio. Il coro ha problemi di intonazione? Propongo dei vocalizzi polifonici in cui magari una sezione tiene la fondamentale e le altre costruiscono terza e quinta.
Chiedersi quali estensioni deve contemplare un vocalizzo è lecito, ma anche in questo caso abbiamo un ventaglio di risposte: nel primo esercizio della serie eviterei di spingere le voci fino agli estremi confini delle loro possibilità, ma è bene invece tenersi in un range tale per cui le voci siano comode. A mano a mano che la voce si scalda, si possono ampliare le distanze. Il campanello d’allarme che deve farci tornare indietro, se non siamo dei veri tecnici del canto, è la perdita della qualità del suono: un suono acuto urlato non serve a scaldare la voce, ma piuttosto a rovinare il resto della prova.
Se nella nostra programmazione però abbiamo inserito un brano che tocca l’acme, o la base, dell’estensione, dovremo spingere i nostri cantori fino a quelle altezze durante la fase di riscaldamento. Ovviamente se abbiamo fatto una simile scelta di repertorio, significa che sappiamo già di avere davanti ai nostri occhi cantori in grado di soddisfare le rischieste tecniche previste.
Arrivati alla vetta però non è vantaggioso interrompere il vocalizzo, come se fossimo dei gatti che, saliti su un albero con tanta spavalderia non sappiano poi ridiscenderne! L’azione di discesa dei vocalizzi contiene in sé un ulteriore allenamento all’intonazione, oltre che la possibilità di ripercorrere una strada che ora risulta essere più agevole perchè conosciuta!
Certo è che ripetere gli stessi vocalizzi ogni settimana e senza spingere i cantori ad ascoltare il proprio corpo è solo una perdita del preziosissimo tempo di prova. “Le abitudini sono molto potenti e rassicuranti” (Lia Serafini), ma nascondono a volte la pigrizia.
In conclusione il riscaldamento vocale è un momento necessario alla costruzione tecnica del suono del coro e non dovremmo mai rinunciarvi, neanche quando abbiamo poco tempo e tanto lavoro sul leggio: un vocalizzo in più non è mai tempo sprecato, se fatto con coscienza. Un vocalizzo in meno è una rinuncia alla crescita.
Per chi volesse approfondire mi sento di consigliare di avvicinarsi alla pratica del canto guidati da un professionista o iniziare dalla lettura di qualche manuale a cui dovrà comunque necessariamente seguire la pratica su se stessi, prima che sui coristi. La letteratura in merito è vastissima, per cui mi limiterò a pochi titoli anche per lasciare spazio per una ricerca personale a ciascun lettore.
Massimo Carpegna, Fare un coro, edizioni Dino Audino;
Sebastian Korn, Direzione e educazione corale, edizioni Rugginenti;
Silvia Magnani, Vivere di voce, edizioni Franco Angeli;
Lia Serafini, Il canto. Maestro di equilibrio, edizioni Del Faro;
Dario Tabbia, Il Direttore di coro. Esperienze pratiche e didattiche, edizioni Feniarco.

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