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Un’ansia di pace: quando l’Arte indica la via

Un’ansia di pace: quando l’Arte indica la via

Lo scorso 24 maggio è andato in scena Concerto per la pace presso il Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno: “l’Orchestra delle cento città” ha eseguito Rhapsody in Blue di George Gershwin, l’Adagio per archi di Samuel Barber e la composizione di Ada Gentile Un’ansia di pace, che ha visto salire sul palco ben quattro cori: Sibyllaensamble di Ascoli Piceno, Ars Vocalis di Roseto degli Abruzzi, Compagnia Virtuosa di Pescara e Coro delle 9 di Pescara, diretti dal M.° Mirko Roverelli. In questi ultimi tempi, in cui venti di guerra spirano forti e lambiscono i nostri confini e la vita umana sembra aver perso ogni valore, l’uomo moderno convive con un continuo stato di ansia, spesso rincorrendo in maniera nevrotica il tempo, come se egli potesse aggiungere giorni alla propria vita per scoprire poi, deluso, di essere immerso in un meccanismo universale infinitamente più grande che non può dominare.

La composizione di Ada Gentile sembra raccontare esattamente questo e lo fa utilizzando tutte le possibilità timbriche dell’orchestra sinfonica. Una pagina organistica di grande complessità introduce la voce narrante che recita un Confiteor fatto a brandelli, di cui rimangono solo i frammenti e l’imperfezione umana. Il primo dei tre movimenti della composizione utilizza versi tratti da poesie di Salvatore Quasimodo che indugiano sul concetto di solitudine dell’uomo moderno e sulla sera che incombe sull’umanità: “nessuno ha la mia disperazione nel suo cuore. Sono solo”.

La “nuda voce” recitante è anch’essa emblema di solitudine e pare tentare invano un dialogo con l’orchestra che, seppure entità collettiva, sembra essere composta di individualità distanti l’una dall’altra e prigioniere dell’incomunicabilità. Una ricca cadenza dei timpani crea una cesura netta tra l’ante e il post quem: un bombardamento, l’avvicinarsi di aerei dal volo radente, il battito di un cuore spaventato, il rimbombo nelle orecchie dopo una deflagrazione e poi il mondo cambia. L’umanità, come l’orchestra, ritrova se stessa e dialoga, si confronta, cerca spazi di distensione.

Il secondo movimento è un’oasi di tranquillità, la musica trova un varco per addolcire quel cuore che, dice Quasimodo, “forse ci resta”. Nel terzo ed ultimo movimento entra il coro, omoritmico e omofonico per esaltare quanto espresso dal testo. Quattro voci, come i quattro Tetramorfi simbolo della perfezione del creato, declamano l’incipit del Sanctus ribattendo sempre la stessa nota. Uno scarno movimento melodico è riservato unicamente a Sanctus, Dominus Deus, Sanctus, Osanna in excelsis, pleni sunt caeli et terra espresso in un registro grave per le voci femminili che dona un’aura di rispettosa sacralità che si libera ed esplode nel Gloria tua.

A fare da contraltare ai testi sacri del coro e alla dimensione collettiva, la voce recitante utilizza i versi di Ivana Manni imperniati sul racconto della natura: i gigli, gli stormi, una campagna assolata, la crisalide, la piccola cicala, l’erba… In questo creato si immerge l’uomo che sente di appartenere a “questa piccola orchestra che fluttua nell’aria”, quell’umanità che vorrebbe “emettere il proprio canto”, ma vinta dal nichilismo e dall’individualismo si avvolge nelle coperte e rimane inerme, preda di un’ansia di pace che non la lascia dormire. L’aderenza tra i significati esposti dal testo declamato dalla voce recitante e la loro traduzione nei suoni organizzati dell’orchestra ricalca la pratica rinascimentale e la rinnova come in un madrigale destrutturato: il testo poetico rimane nuda parola, mentre la musica riveste, amplifica, contrasta il paesaggio sonoro dei versi che ancora riecheggiano.

Quello descritto dai versi declamati è colui che Nietzche chiama Letzter Mensch, mentre quella cantata dal coro è una umanità che tende ad un ideale, che lo ricerca con voce unanime, che prega per raggiungerlo. Questa dimensione ideale è la Pace. Siamo noi oggi capaci di gridare “Pace”? L’Arte è un’arma potente che favorisce la catarsi, inorgoglisce i cuori e, come diceva Picasso scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni. “Un’ansia di pace” è un’opera d’arte e può contribuire a costruire una società migliore. Un lavoro, quello di Ada Gentile, che è stato eseguito per la prima volta a Taranto il 16 febbraio del 2008 diretto da Lorenzo Fico e che da allora è stato eseguito in luoghi prestigiosi di tutto il Mondo. Il disco Ansia di pace è depositato al Museo del Nobel di Stoccolma.

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