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Dalle Marche alle Fiandre: diario di un viaggio polifonico. Parte 12

Dalle Marche alle Fiandre: diario di un viaggio polifonico. Parte 12

Per la Corale Daltrocanto era un mercoledì sera di prove come tanti, quello. Una di quelle sere solite, in cui però, tra un po’ di emozione e un po’ di euforia, è risuonata tra le mura del Teatro delle Logge di Montecosaro una frase destinata a cambiare tutto: “Andremo a studiare nelle Fiandre!”. Eravamo un gruppo di donne unite dal canto, ma nessuna di noi immaginava davvero quanto quell’avventura avrebbe inciso sulle nostre vite. Un progetto durato più di un anno e ormai prossimo alla conclusione, di cui stiamo preparando proprio in questi giorni gli ultimissimi resoconti.

Quando abbiamo deciso di prendere parte alla mobilità Erasmus in Belgio, che comprendeva sia la preparazione in Italia che l’effettivo viaggio fuori casa, nessuna di noi immaginava davvero quanto quell’avventura avrebbe inciso sulle nostre vite. Sapevamo che si trattava di un’opportunità formativa importante, certo, e intuivamo il valore musicale del percorso. Ma ciò che è nato lungo la strada si è rivelato molto più ricco: un’esperienza umana condivisa, capace non solo di trasformare il nostro modo di cantare insieme, ma anche – almeno un po’ – il nostro modo di stare nel mondo. Il viaggio ecosostenibile scelto per il progetto ha previsto solo spostamenti ecologici e il treno si è rivelato la soluzione perfetta. Un viaggio lunghissimo, scandito da cinque cambi e da una Europa che scorreva lenta oltre i finestrini. La distanza, affrontata in modo graduale, ci ha permesso di entrare nel progetto con un ritmo diverso, più consapevole. Abbiamo scoperto che viaggiare lentamente obbliga a osservare meglio, a parlare di più, a conoscersi in modo nuovo. È stato un attraversare spazi e, allo stesso tempo, un avvicinamento reciproco. Pur cantando insieme da tempo, non tutte avevamo avuto modo di conoscerci davvero al di là delle prove e degli incontri in teatro. Il viaggio, così lungo e condiviso, ci ha dato finalmente il tempo di osservare, parlare, ascoltarci in modo diverso. Bastava un cambio, una risata, una valigia da sollevare insieme perché i legami iniziassero a farsi più naturali e profondi.

L’arrivo nelle Fiandre ci ha accolte con un’aria decisamente più fresca del clima pienamente estivo che avevamo lasciato nelle Marche in quel pomeriggio di Agosto. Alcune di noi erano salite sul treno vestite leggere e ancora accaldate. Quel contrasto improvviso ci ha quasi svegliate: la brezza, la luce diversa, le strade ordinate, le lingue che si incrociavano in ogni bar, in ogni stazione. È in quel contesto che i nostri occhi hanno iniziato a perdersi e a ritrovarsi iniziando così il nostro percorso musicale: lezioni intense, studio quotidiano, ascolto, confronto. La polifonia rinascimentale — che spesso tocchiamo come materiale “storico”, quasi distante — lì si è rivelata viva, concreta, sorprendentemente attuale. Grazie all’incontro con docenti capaci di trasmettere rigore e passione, ogni brano ha trovato un suo spazio più profondo: non solo una pagina da cantare, ma una forma di pensiero.

Tra le figure che più ci hanno guidato in questa scoperta, l’incontro con Clare Wilkinson è stato particolarmente significativo. La sua capacità di unire precisione tecnica e sensibilità interpretativa ha lasciato un segno evidente. Con lei abbiamo lavorato su repertori complessi, affrontandoli con timore all’inizio e con crescente sicurezza man mano che le giornate scorrevano. Ogni sessione ci ha ricordato che cantare insieme significa non soltanto produrre un suono bello, ma ascoltare, rinunciare, sostenere, costruire qualcosa che esiste solo nel momento in cui tutte le voci si intrecciano.

Accanto allo studio, ci sono stati momenti altrettanto preziosi: le visite alla Biblioteca Reale, con i suoi manoscritti che raccontavano silenziosamente secoli di musica; il Parlamento Europeo, che ci ha restituito il senso di appartenere a un progetto più grande; i percorsi nelle città fiamminghe, dove la storia sembrava affiorare a ogni angolo. Questi frammenti di vita quotidiana, alternati a prove e incontri, hanno reso il viaggio un’esperienza completa, mai univoca, sempre densa. Tornate in Italia, abbiamo avvertito immediatamente che ciò che avevamo vissuto chiedeva di essere restituito. Non bastava parlarne tra di noi, scorrere le mille fotografie scattate, sfogliare i diari di bordo: serviva un momento che potesse raccogliere tutto, che rendesse testimonianza del percorso fatto e che ci permettesse di parlare al pubblico così come sempre abbiamo fatto: cantando.

È nato così il weekend musicale Montecosaro Polifonica, che è culminato nel concerto finale della nostra Corale il 9 novembre. Per tutte noi ha rappresentato non una semplice esibizione, ma un punto di sintesi. Nei giorni che lo hanno preceduto, l’atmosfera era particolare: una combinazione di concentrazione e gratitudine, di responsabilità e desiderio di rivedere quei brani prendere forma nel nostro contesto, davanti alle persone che ci conoscono. Durante le prove finali, ci siamo rese conto di quanto il lavoro fatto nelle Fiandre fosse rimasto nelle nostre voci e nei nostri gesti: la cura del fraseggio, l’attenzione alle dinamiche, il modo diverso di respirare insieme.

La sera del concerto, salire sul palco ha avuto il sapore di un ritorno e, allo stesso tempo, di un nuovo inizio. Il pubblico — composto da amici, familiari, appassionati — ha accolto il programma con un ascolto attento, quasi partecipe. Mentre cantavamo, ciascun brano sembrava collegarsi a un ricordo preciso: la sala delle nostre lezioni a Mechelen, una pagina antica consultata in biblioteca, una spiegazione sussurrata tra coriste tra un esercizio e l’altro. La musica, in quel momento, era un ponte che univa il viaggio alla nostra quotidianità. Il lungo applauso finale non è stato soltanto un segno di apprezzamento, ma la conferma che quel percorso aveva trovato la sua forma più compiuta. Ci siamo guardate tutte con gli occhi lucidi e la consapevolezza che ciò che avevamo condiviso non sarebbe rimasto confinato, ma avrebbe continuato a influenzare il nostro modo di fare musica insieme. Rientrando a casa, ognuna di noi ha portato con sé una sensazione precisa: che esistono esperienze in grado di modificare lo sguardo, di ampliare il respiro, di restituire profondità a gesti che prima sembravano routine.

L’Erasmus è stato questo: un viaggio fisico, certo, ma soprattutto un viaggio interiore. Un’occasione per scoprire che la musica non è soltanto una pratica, ma un modo per abitare il tempo, lo spazio, le relazioni. Ed è forse questo il lascito più importante: la consapevolezza che le voci, quando si incontrano con sincerità, possono trasformare un percorso in una storia condivisa. Una storia di donne, fatta di coraggio, cura reciproca e armonia. Una storia che continueremo a raccontare — e a cantare — ancora a lungo.

Le coriste della Corale Daltrocanto

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