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Martino Faggiani: 
“Il coro è l’anima collettiva. La musica dice cio’ che le parole non possono dire”

Martino Faggiani: 
“Il coro è l’anima collettiva. La musica dice cio’ che le parole non possono dire”

Nel percorso umano e artistico di Martino Faggiani convivono mondi differenti: la polifonia rinascimentale, la musica contemporanea, il repertorio sinfonico e l’opera lirica. Un viaggio iniziato quando aveva appena sette anni, in un coro di voci bianche, e sviluppatosi nel tempo attraverso esperienze amatoriali, semiprofessionali e infine nel mondo della grande musica, fin dalla collaborazione con il Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Dal 2000 è Maestro del Coro del Teatro Regio di Parma. Contestualmente, dal 2008 al giugno 2019, è stato Chef des Choeurs presso il Teatro La Monnaie di Bruxelles.

Nel suo passato lei ha diretto anche cori amatoriali. Come è passato dal mondo amatoriale al mondo musicale professionale?

Ho attraversato un po’ tutte le fasi. Ho iniziato in un coro di voci bianche quando avevo sette anni. Poi sono passato a un coro amatoriale di buon livello, dove cantavamo anche musica contemporanea. Successivamente ho lavorato in un contesto semiprofessionale dedicato soprattutto alla polifonia. Lì ho avuto la possibilità di confrontarmi con la tradizione madrigalistica italiana: Monteverdi, Gesualdo, Marenzio… e poi con la musica sacra: Josquin, Palestrina e i grandi del repertorio antico. In seguito sono entrato nel Coro di Santa Cecilia. Come ho detto, lì sono diventato prima pianista collaboratore, poi maestro collaboratore e infine maestro secondo. È stata un’esperienza enorme sul repertorio sinfonico. Dal 2000 mi occupo principalmente di opera, ma lavoro ancora quando posso anche nel sinfonico e nel cameristico, repertori che amo profondamente. Credo che tutte queste esperienze così diverse — polifonia, musica contemporanea, sinfonico — mi siano state molto utili nell’approccio all’opera lirica. Mi hanno permesso uno sguardo più ampio, meno condizionato da pregiudizi.

Ha detto che nel Rinascimento la musica era “musica della parola”. E nella lirica — come ce l’ha fatta vivere lei — la musica amplifica la parola. In che senso?

Lo scopo è esprimere ciò che la parola, da sola, non può dire. Pensiamo a Va’, pensiero: di per sé è una poesia dignitosa, con un ritmo risorgimentale, ma è Verdi che la trasforma in un pensiero dell’anima. Il teatro d’opera è il teatro dell’anima: emozioni profonde, qualcosa che scava nel subconscio, qualcosa di viscerale.

Lei ha detto che il compito del coro è dare un’intenzione. Il corista deve vivere l’intenzione dell’autore. Qual è il suo metodo per affrontare un pezzo nuovo? E che consigli darebbe a un direttore?

Prima di tutto faccio un lungo lavoro di analisi: armonica, ritmica, contrappuntistica, fraseologica. Cerco la struttura: periodi regolari o irregolari, funzioni armoniche. Per esempio, in Verdi ha un’enorme importanza l’accordo di secondo rivolto, spesso usato non in modo funzionale. E sembra strano, ma è centrale anche il contrappunto: la capacità di sovrapporre melodie diverse. L’accompagnamento non è mai solo accompagnamento, è parte integrante dell’espressione. In Va’, pensiero il contrappunto è un cuore che batte, che soffre, angosciato. In Signore, dal tetto natio senti figure che strisciano a terra: è come immaginare Gesù che cade per la terza volta. E questo nonostante Verdi non fosse religioso. È un autore che amo anche per la sua laicità: niente consolazione nel suo teatro, ma solitudine, rabbia, invidia, violenza, e anche tanto amore. Le opere della trilogia potrebbero essere lette così: Rigoletto: la violenza
Il trovatore: l’invidia
La traviata: la solitudine

Un consiglio ai cantori e uno ai direttori?

Amate Verdi. Conoscetelo, studiatelo. Ma amate anche Rossini, che stiamo finalmente riscoprendo come grande autore tragico. Il suo mondo è meraviglioso. La ricetta, in fondo, è sempre la stessa: la musica deve amplificare ciò che la parola non può dire da sola. Questo lo fanno tutti: Rossini, Puccini, Mozart — che è il padre dell’opera moderna — e prima ancora Monteverdi. Sono quattro secoli di storia in cui si ritorna e ci si allontana da quel rapporto fra parola ed espressione. Oggi le opere si scrivono in altre forme e con altre finalità, ma la musica contemporanea ha già i suoi classici: opere come Il canto sospeso, o il Secondo Quartetto di Ligeti, che continuano a parlarci e a interrogarci. Come Monteverdi, Palestrina, Landini o Dufay: continuano a metterci davanti a noi stessi. Il coro è l’anima collettiva, il pensiero collettivo. Questa è la sua bellezza.

Quale versione consiglia de “signore dal tetto natio”, per riflettere questa sua lettura? C’è una registrazione del Coro del Teatro Regio del 2019, al Festival Verdi. E dovrebbe esserci anche una versione del 2003. (Ride) Lo ammetto, sono un po’ di parte.

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